Serena 2013

Non può mancare nel taccuino dell’appassionato bevitore questa perla, merlot in “purezza”, congelata da numerosi eccipienti di cui non si comprende l’origine che completano la grandezza del vino. Nettare di impegnativa beva per il persistente perlage ottenuto da incoscienti iniezioni di CO2. Di pungente colore rubino è spillato direttamente dalle mammelle di un bancone in pura formica valdostana; il Serena evoca paesaggi montani, dove ti imbatti in osterie che sfornano polenta e carbonade di cervo da sempre e sempre alla stessa maniera, in compagnia del continuo musicare dell’acqua che scorre sul letto di pietra grigia della Val d’Ayas, assordante quanto i noiosi monologhi sulla quotidianità del commensale di turno. Un vino che ad ogni sorso ti insinua un forte rifiuto ad affrontare il successivo, ma non ci sono alternative e quindi continui quell’agonizzante esperienza enologica. Consiglio di accompagnare la beva con la combustione di buon tabacco blend sapientemente girato in un velina studiata per lo scopo, ottenendo così, sentori di tabacco bruciato, appunto, e talvolta, a seconda di come gira il vento genuini profumi di sterco. Vino da consumare sotto il sole per elevare la sofferenza almeno al quadrato e seguire con una passeggiata nei boschi che completa l’esperienza provocando una totale e profonda secchezza delle fauci.
Serena = l’hipsteri-li-zzazione

Alessandro Colmanni

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Lini 910, Lambrusco Rosé

Questo lambrusco vale un Capitale: bisogna partire da qui.

1-La critica della politica del lambrusco: bisogna rovesciare le categorie politiche del vino, la vera politicità dei rapporti enologici non sta tanto nelle istituzioni deputate a rappresentare i gusti, non nella storia degli opinion leader e dei capi redazione, quanto piuttosto nei luoghi materiali di produzione, ovvero nei rapporti reali di produzione-consumo. Bisogna ricomporre le fratture tra le bollicine bianche e quelle rosse. Il metodo classico rosso, a maggior ragione rosé – qui comunque non preso in considerazione – è un atto di coraggio. Questo rosé charmat ha un rosso ciliegia brillante, nitido. Il perlage è costituito da un’effervescenza moderata, fine, un’affioramento delicato e un’esplosione squillante, ma dosata.

2-Il Lambrusco, si è già detto, è animato da una tensione democratica, ma questo non significa che il popolo è uno e inerte: la collettività dei bevitori è in continua evoluzione; i processi di produzione all’interno della logica di produzione provocano uno stato permanente di incertezza e di agitazione (ma niente metafora delle bollicine per cortesia), a ciò si accompagna lo sconvolgimento di tutti i rapporti sociali, l’incessante distruzione del presente in cui “tutto ciò che è solido si dissolve in aria” (sono i Grundrisse del Lambrusco). L’uvaggio salamino di Correggio qui trova uno status nobiliare di provincia, non c’è particolare complessità, ma grande finezza: un accenno vinoso che vira verso la rosa canina, la noce acerba per lasciare il retrogusto alla nota burrosa di dolce all’acerola.

3-Il Lambrusco non deve incantare come merce, tanto meno deve essere funzionale all’illusione della sbronza necessaria” che permetterebbe poi ai meccanismi di potere della società capitalistica di manifestarsi come stato eterno e immutabile anziché nella qualità di stato presente e transitorio, di far apparire la sua economia come naturale anziché storicamente data, i suoi rapporti sociali armoniosi anziché contraddittori. Il dolce qui è un’anima che si manifesta dopo aver affrontato una stupefacente sapidità sulla giusta coordinata acida.

4-Il Lambrusco è un soggetto che non c’è. L’anatomia del rosso frizzante è vacua se lasciata alla fonte metaforica. Lini suggerisce che il vino in generale non deve essere coniazione sociale, se non nell’universale dei sentimenti che esso suscita, soprattutto a etichetta coperta. La tradizione non esiste se non è classe, se non realizza un bisogno generale, ma anche una distinzione, un gusto, una condizione, forse antropologica. Il Lambrusco non ha un formalismo, ma deve mantenere un ordine sovrano, proprio perché il Lambrusco, come Marx, non è marxista.

Dobbiamo sostenere i Lini perché significa sostenere la possibilità di eliminare le condizioni di dominio del pensiero sul Lambrusco e del vino in generale perché, ricordate, è l’uomo che fa il vino, non il vino gli uomini.

Amistar rosso cuvèe vdt 2008 Peter Sölva

Mi ricorda la guerra, non metaforica, non psicologica, nemmeno tanto tattica; mi richiama lo spargimento di sangue, i guerrieri che lasciano alle loro spalle i cadaveri dei nemici e si godono la vittoria. E’ un vino non per Sun Tzu, ma per un Attila a riposo con la raffinatezza vinificatrice altoatesina.

Se non lo si affronta con questo spirito, poco male, si ritrova la stessa impressione al primo sorso: colore e profumo di sangue venoso, è caldo, ribollente, complesso. C’è il mirtillo e il cioccolato, ma morbido, al latte direi. Il retrogusto è tuonante e prolungato. È talmente sontuoso che entusiasma nella sua pienezza, ma fino al secondo bicchiere, poi bisogna essere dei veri guerrieri.

Rientra nella frequente burrosità altoatesina, ma qui il grasso è necessario: hai combattuto e ora ti devi ristorare. La piccola percentuale passita è ben amalgamata con il lagrein e i cabernet: il cuore e le due spalle.

Da bere dopo le battaglie personali, al banchetto dei vincitori, che sia stato un incontro di pugilato, una maratona o qualche decina di chilometri di sci di fondo.

Barolo DOCG “Monfalletto” 1990 Cordero di Montezemolo

Se digitate Montezemolo 1990 e scegliete il match di youtube, vi apparirà un giovane Grillo, non il varietale siciliano, ma il Beppe, ormai politico navigato, che dileggia le capacità politiche di Montezemolo già nel 1990; parafrasando una pessima canzone di Vasco Rossi, potremmo dire che dopo 23 anni, “siamo ancora qua, eh già”.
Per fortuna non vale lo stesso per questo Barolo della tenuta di Montezemolo che apro a 13 anni dalla vendemmia. Gli tributo il massimo rispetto, temo di svegliarlo, oso decantarlo e subito mi rivela un granato intenso che digrada verso un mattone scuro. Lo lascio riprendere un’ora, ma non basta. Al primo sorso è ancora straordinariamente integro, equilibrato, ma sembra ‘solo’ un vino ben equilibrato, ma attenzione, il corpo etereo lascia presupporre che può accadere ancora qualcosa…e infatti non è la storia italiana del sempiterno ritorno degli anni novanta (e ottanta), qui all’incedere delle ore succede qualcosa!
Il decanter si trasforma in un fiore muscoloso che ad ogni maggiore attesa, mi regala diverse profumazioni: dal lampone caramellato e timo alla ciliegia marasca, dal cacao all’assenzio gentile per finire in una leggera liquirizia con una persistenza che rimbomba in bocca.
È adatto per chi ha a disposizione una notte con i migliori amici perché è un compagno che ti aspetta quanto vuoi; se riesci a conservarne qualche dita per il giorno successivo, lui ti attende elegante e pacifico più che mai e se ne hai la forza, se sei il guerriero che devi essere per affrontarlo, a distanza di dodici ore dall’apertura ti consiglia di approntare una colazione da cacciatore piemontese a base di croissant di burro di tartufo.
Sì forse un barolo facile ed accessibile, ma se esiste l’eternità, questo è un suo ponte.

2004 Yalumba The Reserve Cabernet Sauvignon Shiraz

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La trama è complessa, arricchita da diversi lieviti. Il rapporto cabernet-shiraz non mi è chiaro, mi sarei aspettato un signor merlot, ma l’etichetta elegantemente serigrafata, non lo dichiara. Mi sembra di giocare a burraco online con una persona importante dall’altra parte del mondo, sideralmente lontano, magari in un “altro” mondo. Che questo mondo sia l’Australia? capisco le tue mosse: magari hai coltivato uve selvagge, in territori inesplorati, domando coccodrilli e ipnotizzando bufali. Ti vedo in trasparenza che hai lavorato duro, fermentando separatamente diverse colture, sperimentando lieviti plurimi.
Mi sembra di comprendere il tuo modus operandi: tenti un percorso, poi in itinere, ne scegli altri per tornare ai primi. Da lieviti di bucce, passi a iniezioni sicure, per girare i tacchi e riprendere i primi, sintetizzati chissà in quale modo. Il tuo boomerang…

Hai faticato per raggiungere questo colore tra lo Sturt’s Desert Pea e il Royal Bluebell; il profumo di rape dolcissime, prugne candite, il sapore di Davidson Plum, Riberry, vagamente cacao, ma disperso in una cenere dolce.

Mentre gioco una Pinella – stiamo pur sempre giocando a Burraco, no? – noto che c’è qualcosa che non va. Stai sbagliando, comprendo i tuoi errori, ma non colgo la motivazione. Il palato rimbomba: la barrique è violentissima, qualcuno ti ha messo un canguro in botte e ora mi rimbalza in bocca, non posso che aprire le labbra per ossigenare il legno. Deglutisco ed ecco che monta la delusione: ti hanno tradito! Lo Yalumba, potente al profumo e al gusto, è breve nel retro: il legno ha sommerso i tannini, ha accorciato la struttura, ha scomposto il tuo lavoro epico e creativo, ha lisciato la tua ruvidezza. Chi è stato? Qualcuno ha rubato il tuo posto nella leggenda, ti ha svuotato, impoverito, reso “funny”.

Ora comprendo che ti arrabbi, che ti armi di una pistola e mi spari sul monitor, che rivolti il mobilio in casa, che attendi la notte per poi uscire e superare il posto di blocco, sparando a un poliziotto e mentre immagini che la metropoli sia diventata il Kakadu National Park, soddisfi il tuo desiderio di morte e ti fai sparare. Caro Rod, la cronaca ricorderà solo Paul Hogan, alias Mr. Cocodrile Dundee, colui che non ti tributerà mai nulla.
Lo Yalumba Barossa 2004, The Reserve, da regalare ai traditori vincenti.

Brunello di Montalcino 1997, Villa Poggio Salvi

Ascoltavo la canzone degli Smog “Dress sexy at my funeral” che inizia con questa strofa:

Dress sexy at my funeral my good wife
Dress sexy at my funeral my good wife
For the first time in your life
Wear your blouse undone to hear
And your skirt split up to here

e mi sono detto se forse l’inizio non potesse essere:

Dress sexy at my funeral and BUY GOOD WINE
Dress sexy at my funeral and BUY GOOD WINE
For the first time in your life…

e così si è presentata l’occasione di aprire questa fantastica bottiglia di Brunello di Montalcino 1997, Villa Poggio Salvi. Lo trovo già mattonato, liquido più che denso, chiuso al principio, poi tabacco, cuoio, punte balsamiche forti, cerfoglio. Retrogusto a coda di serpente, lungo e vibrante. 

E’ un anziano signore ancora vispo che ha sempre qualcosa di interessante da raccontarti senza farti annoiare: la semina andata male, non per il tempo avverso, ma per la scarsa voglia di lavorare – perché è più importante la voglia di divertirsi; l’amico che è mancato in modo felice dall’altra parte del mondo dopo tante disgrazie; i figli che crescono senza pretese che tu invecchi troppo velocemente.

Il vino ideale da bere quando vedi il tuo campione perdere con dignità.

(ad memoriam Franco Biondi Santi)

Dominio do Bibei La Pola – Ribeira Sacra 2004

Una volta Picasso, che comunque non ebbe grossi problemi finanziari nella sua vita, disse che avrebbe voluto vivere come un povero con molti soldi. Questo Dominio do Bibei La Pola – Ribeira Sacra 2004 è la dimostrazione che con uve non particolarmente conosciute (Godello, poca Dona Blanca, Torrontés and Loureira), si possano ottenere ricchezze se ottimamente coniugate con il tempo.

Presenta un paglierino scuro, speziato. Al palato non mostra la sua età antica, è quasi leggero, carezzevole, fruttato, in un equilibrio ammirevole tra esperienza in botte e struttura della cuvée. L’acidità è ideale, gli aromi sono attutiti, ma non smorzati, quasi come una umida secchezza, da Irlanda alla deriva che si è scontrata con la Spagna: la Galizia appunto.

Chianti Classico DOCG – Tenuta San Leonino 2010

A volte fa piacere conversare con personaggi non troppo brillanti, stupefacenti o bizzarri, con qualcuno che trasmetta sicurezza e ti dimostra che la traquillità può essere un successo. Il Chianti classico San Leonino è corto, leggero, si può abbinare a carni rosse ma non troppo sugose. Presenta tante spezie, ma leggere: mora selvativa, ciclamino, forse tè verde, con una punta di santoreggia. E’ un vino da prendere sul serio solo se non vuole essere pretenzioso. Ideale per una serata che porta in sé il germe di una sobria trasgressione che può anche non esplodere.

Le vin de jardin 2011, La Grange aux Belles

Fabrice è fine ed affabile come mi immagino un francese del sud. Mi propone questo vino come onesto e sano.

Le vin de jardin ha una limpidezza sorprendente: intravedo la mano che afferra il gambo e trasforma il calice in una coppa medievale; la superficie mostra un’unghia di glicerina corta, l’aroma prende corpo in bocca soprattutto al secondo e terzo sorso: rimanda a una terra apparentemente leggera, ma che si tiene salda grazie a forti radici che emergono con un profumo velato e non vellutato, radici di frutto rosso o rosa. Non so se questa freschezza è data dal Gamay a macerazione carbonica o l’assenza di solforosa.

Mi ricorda i félibriges, tra i primi avanguardisti glocal che giocavano con le tecniche di narrativa classica per riproporre identità locali. In effetti come i loro poemi, ha una beva vertiginosa, di quelle dissetanti, che non richiede parafrasi caramellose, ma piuttosto calme e prolungate emozioni.

Da bere in libertà e in compagnia con anziani e giovani, forti e liberi, per risentire, ogni tanto, un sentimento di unità:

La Coupe

Provencaux, voici la coupe – qui nous vient des
Catalans : – tour à tour buvons ensemble – le vin
pur de notre cru.

Coupe sainte – et débordante, – verse à pleins
bords, – verse à flots – les enthousiasmes – et
l’énergie des forts!
D’un ancien peuple fier et libre – nous sommes
peut-étre la fin ; – et, si les Félires tomben,
– tombera notre nation.

Coupe sainte, etc.

Pierre Frick, Cremant 2007

Fiore d’acacia e glicine, albicocca e pesca acerba, forse delle punte goudronné.Ha una schiuma imbizzarrita; la grana del perlage è gigante; le bollicine come macigni. Alta acidità, gusto bastonante, senza compromessi. Sorsi che nutrono e che ti lasciano la bocca come dopo uno stretching linguistico. Non più di due flûte o li paghi con stiramenti del palato.Si è ammorbidito quando gli ho abbinato un formaggio di capra che puzzava più di una capra maratoneta.Contesto di consumo: 1) dopo una cavalcata – con il bevitore nel ruolo di cavallo, 2) a una cena di radicali bio dell’ultima ora per mostrare che qualcuno già lo praticava radicalmente 20 anni fa.Shakespeare pensava al biowine e a pàs dosé del genere quando sosteneva “Ahimè, perché l’amore, di aspetto così gentile è poi, alla prova, così aspro e tiranno?”