Harlequin 2007, Zýmē

Non c’è la storia primordiale e atavica delle metamorfosi, infinite successioni che dai primordi hanno portato al presente; è più una contemporaneità di mondi possibili e vivibili, assaporabili in tutta la loro ambiguità, assunti in forme diverse e, dispiace dirlo, non in evoluzione, ma in parallelo.

C’è una tensione irrisolta, una complessità con residuo ambiguo, non un racconto a cornice, ma una parete di schermi a frame multipli. È un mondo rutilante, frammentato, caleidoscopico, allo stesso tempo denso e sfuggente. È cyberpunk, più ibridamente tecnologico che non narrativamente cosmologico (pensare a Ubik più che alle metamorfosi ovidiane). Piani paralleli dell’uvaggio mutano ad ogni movimento del liquido: porpora quando versato, rubino nell’ondeggiamento, granato in controluce su sfondo bianco.

In bocca il gusto è cubista: ci sono tanti frutti rossi addolciti, la dolcezza della mora innanzitutto, ciliegie marascate, per passare alla tostatura del caffè, all’anestetico della liquirizia, ma sopraggiungono anche le spezie, una punta d’origano, timo, menta e una delicata vaniglia. La densità è cremosa e sontuosa, ma non soffocante, il retrogusto quasi sericamente tannico, ma come poter descrivere una cuveée  che dichiara di essere composta da 22 vitigni? Lo spettatore siede in poltrona e si gode gli effetti speciali.

Ideale per una cena molecolare, un simulacro che stupisce con tante emozioni e pochi sentimenti.

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Barolo Terredavino Paesi Tuoi 2004 DOCG

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Bere un “Paesi Tuoi” è come tornare a casa nel paese di campagna dove si è cresciuti e incontrare le persone che si conoscono e sono sempre lì e sembra che ti stiano aspettando da sempre. Significa spegnere per un attimo il cervello e inserire il pilota automatico perché questo barolo schietto, essenziale, per nulla ruffiano, ti parla di sentimenti antichi come l’amicizia e la lealtà e colpisce dritto al cuore. Il nebbiolo in purezza attorciglia la lingua e non lascia grande spazio alla fantasia. In bocca non si sentono ciliegie né frutta matura, ma un secco sapido come gli ossi di seppia di Montale: scabri ed essenziali. 

Il profumo è di spezie e fiori appassiti, quelli che teneva la nonna nei suoi cofanetti di alabastro. E’ un barolo ortodosso che segue in modo maniacale le regole di purezza tramandate da generazioni. Due anni di passaggio in grandi botti di rovere regalano una filigrana di legno appena accennata che non disturba, anzi esalta la purezza e la rende parte di un progetto più grande di redenzione. Un vino complementare a carni generose e formaggi grassi, a serate con amici veri, magari in doppietta con il Barbaresco DOCG “La casa in collina”, sempre della stessa azienda, che può aiutare a rompere il ghiaccio se non ci si vede da tanto tempo, si hanno molte cose da dire, ma non si sa da dove cominciare. Ottimo anche da meditazione sulle cure e i casi della vita, quando l’ora si fa tarda e ci si ricorda di amici che abbiamo amato, ma non ci sono più perché per un destino ingiusto e malvagio sono stati costretti a lasciare l’osteria prima del tempo. E’ anche per loro che vale la pena stapparlo questo vino, perché i “Paesi Tuoi” non sono un luogo fisico ma piuttosto una regione autonoma dell’anima, un’enclave dove scegliamo di far entrare solo chi ci piace o ci è piaciuto. Perché dopo il primo bicchiere si è subito portati a parlare una lingua chiara, univoca, anche con chi, nella migliore delle ipotesi, ci aspetta da qualche parte in paesi di cui non ci è dato di conoscere la grandezza né tantomeno la posizione.

Mauro Meggiolaro

Châteauneuf-du-Pape Delas Haute Pierre 2009

imageÈ misura. Non ponderatezza o moderazione; lo Châteauneuf-du-Pape Haute Pierre è misurato nel senso di capacità di fornire un esempio, una direzione dove andare. Una cuvéé ortodossa, ma non troppo (65% di Granaccia e 35% Syrah). E’ un progetto che riflette la rinnovata energia tra la storica famiglia Delas Freres e la recente acquisizione della Lallier-Deutz (sì, quella del famoso champagne).

Ha un profondo rosso che digrada dal porpora (o porporato cardinalizio) al rosso cremisi e naturalmente al granato. Si presenta con un’eleganza che abbraccia entrambe le ali del naso, lievemente caffeinica, ma per nulla incensata – forse qui è complice la giovinezza. Si consolida nella terra umida; si ravviva nel pepe; si ammorbidisce nel gelso e si sbriciola in delicate sfumature argillose. Si arrovescia in tannini assennati e a grana fine, che vanno dove vuoi che vadano.

È un magistrale contrappunto tra misura interna ed esterna, da una parte le tue aspettative, dall’altra le tendenze del mercato: qui, se non c’è tutto, c’è tantissimo, un esempio che insegna come governare il gusto, tra arte e pratica, e che già al primo sorso sembra recitare il passaggio iniziale del Measure for Measure shakespeariano:

Starvi ora a svelar le buone regole 
del governo, potrebbe anche sembrare, 
pretesa inutile, da parte mia, 
di sfoggiare discorsi ed argomenti, 
dal momento che so per esperienza 
come le tue conoscenze in materia 
vadan bene al di là d’ogni consiglio io mi possa sforzare d’impartirvi; perciò non mi rimane che far credito 
alla provata vostra competenza
– e i vostri meriti ve ne dan titolo – 
e farla oprare a pieno suo talento. 

Della natura della nostra gente, 
delle nostre civili istituzioni, 
delle nostre normali procedure 
nel dire e amministrare la giustizia, 
voi conoscete, in teoria e in pratica, 
quanto chiunque altro, a nostra mente, 
n’abbia tratto ricchezza di pensiero. 
Questo è il vostro mandato: 
dai cui termini, quali qui indicati, 
non vorremmo che aveste a discostarvi.

Un vino da bere a Conclave in corso, senza aspettare ogni morte di Papa. Ad esempio, il sottoscritto, per consumarlo, ha partecipato ad un’Avignone nostrale.

(grazie a P. Schiera per l’ispirazione, ad A. Colmanni per la scelta)

Viña Herminia Crianza 2006. D.O.P. Rioja

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Mi osserva altèro, quasi a significare la sua origine nobile (tipicamente riojana di 85% tempranillo e 15% Garnacha). Mi racconta dei suoi duelli vinti, dei compagni di ventura, del suo dolce ideale, ma proprio quando lo scruto meglio, noto nell’occhio del calice una superficie specchiata: un rubino vivo, con qualche anno sulle spalle, portati fieramente tra piccoli segni di decadimento. Potrebbe essere il vino del Cavaliere degli Specchi che dall’alto del suo lignaggio mi sfida perché “non c’è amico per l’amico:/ ogni canna è volta in lancia”. Vuole forse confrontarsi con le mie beve amate, con i miei gusti prediletti.

E’ una fredda mattina, il guanto cade, c’è odore di bosco, fieno, cassis terrosi, tabacco dolce. Il gusto è ben equilibrato: i tannini sono tutti arrotondati, la sua lancia anche se mi colpisse, non potrebbe farmi soccombere. Quando mi avvicino con sicumera distratta…capitola in un profumo elegante, di note di ciliegia.

Scende un sorso caldo, ma la gola disgombra le aspettative. Della battaglia mi rimane poco in bocca e nel palato: la progressione è assente, c’è quasi un’involuzione; il finale è fulmineo, troppo veloce. Nonostante ciò, in bocca è leggero e piacevole, invita al riassaggio, in una parola lo definirei familiare, come il posto in cui vorresti essere quando vuoi stare tranquillo con un amico a chiacchierare del più e del meno o del silenzio in silenzio e bere in due.

Ideale quando ritrovate un amico che ha vissuto anni a siderali distanze.