Chardonnay Marina Cvetić 2003

“C’è una teoria secondo la quale esistono miliardi di universi paralleli a quello in cui viviamo, ognuno un po’ diverso dall’altro. Ci sono quelli in cui non sei mai nato e quelli in cui non vorresti nascere.” Inizia così il racconto Universi Parallelidel magistrale scrittore israeliano Etgar Keret e questi mondi possono essere quelli dello Chardonnay. Impossibile parlarne con giudizio senza accettare la sua estrema complessità e versatilità, la sua diffusione globale, ma allo stesso tempo il suo adattamento ai diversi terroir, di conseguenza, se ci troviamo di fronte questo importante Chardonnay Marina Cvetić, dobbiamo innanzitutto ricondurlo nei suoi binari o meglio nella sua rotta perché le strade possono essere molte.

In questo caso, la sua calda vibrazione ci riconduce inequivocabilmente ai corposi Chardonnay neozelandesi e/o californiani, non certo verso i minimali Chablis o Chardonnay trentini (quelli vinificati rispettando la loro indole di vini di montagna). Lo Chardonnay Kvetic’ è giallo oro antico, sardanapaliano, dieci anni di vita e una robustezza invidiabile, un attacco subito fruttatissimo, pochissima mela, più pesca a pasta bianca, ma soprattutto banana e nespola matura, sovrastata ancora da tanta, tanta vaniglia non di bacca, ma di crema-cremosissima. Si sa che da Masciarelli, soprattutto in questo periodo in cui il signor Gianni non ci aveva ancora abbandonato, il legno non era usato a sproposito e tutto lascia pensare che questo vino è capace di evolvere ulteriormente. Vorrei infatti ritrovarlo tra altri dieci anni per capire in quale universo parallelo si sarà dislocato.

Mi chiedo dunque se l’ho suicidato troppo presto oppure se ho esperito un sogno morbido di autentica vaniglia non troppo allignata in botte. Forse entrambi, proprio come scrive Keret: “Io amo lei e lei ama me. (…) C’è un universo in cui sono steso con i polsi tagliati sul pavimento della camera da letto. Mi sto dissanguando. Questo è l’universo in cui sarò costretto a vivere fino a quando non sarà finita. Non voglio pensarci ora. Voglio pensare solo a quello in cui c’è la casetta nel bosco, il sole che tramonta e noi che andiamo a letto presto.”

Vinsanto Art Space 2001

Si evince dalla Teogonia di Esiodo e da alcuni frammenti della Titanomachia che gli dei riuscirono a battere i Titani solo dopo l’alleanza stretta con i ciclopi e gli ecatonchiri (i giganti dalle cento braccia); in particolare Zeus, dopo aver liberato i ciclopi ricevette da essi, come segno di gratitudine, le folgori, lo strumento più micidiale.

Sono sicuro che le viti nane di Santorini crescano nei minuscoli crateri scavati dai lapilli di queste folgori perché sembra proprio essere l’isola di Santorini, il luogo dove è avvenuta la riscossa di Zeus sui Titani. Agli uomini, subtitani, non rimane che coltivare questi minuscoli crateri dove la vite si intreccia a nido e si intrica a rovo. Si comporta quasi da pianta grassa: capace di trattenere fino all’ultima goccia d’acqua contro il sole battente, il vento eradicante e l’afa soffocante, un’afa non del tutto deleteria perché di notte diventa nebbia salvifica per le viti.

Non si improvvisano viticoltori da queste parti: una tradizione che risale a 4000-5000 anni fa, certo, con probabili lunghe interruzioni, ma con un interesse per il vino mai avverso. La cantina che ho visitato si chiama Art Space ed è in realtà una cantina-galleria, probabilmente pensata per intercettare al meglio i turisti frettolosi che popolano l’isola, ma che contiene opere d’arte contemporanea greca imperdibili (si veda in particolare il post impressionismo di Andreas Kontellis). E’ una cantina di nicchia con una produzione vinicola limitata (10.000 bottiglie), riservata ai visitatori e ai clienti diretti, dove protagonista è l’Assyrtiko, il varietale a bacca bianca più versatile della Grecia che su quest’isola ha trovato condizioni ottimali di adattamento. 

Arrivo il 15 agosto, ovvero l’ultimo giorno della vendemmia 2013! e provo questo Vinsanto 2001; la ricetta è semplice: 90% di Assyrtiko (alcuni filari coltivati con primi timidi tentativi di guyot) e il taglio restante con i varietali di Aidani e Athiri, una cuvée in grado di sostenere alcolicamente e dolcemente la freschezza del primo uvaggio. La folgore di Zeus rutila di un giallo eclisse; al naso si presenta un bouquet agrumato di straordinaria acidità per un passito, poi segue l’incontenibile mineralità di morbida pietra focaia e di dolce potassio di roccia vulcanica; c’è l’anima passita della melassa, dei fichi secchi, delle ciliegie marasche, ma il bello arriva sul finale, quando si alza il sipario degli aromi terziari, non solo cioccolato, non la botta del caffè, ma idrocarburi melliflui equilibrati che rendono l’invecchiamento degno di essere ascoltato in silente rapimento.

Spero che i fratelli greci perpetuino la tradizione del Vinsanto così come viene preservata nella Magna Grecia, che tutelino questo terreno, patrimonio dell’umanità, un suolo vulcanico, forse ironico e forse ozioso perché disposto ad aspettare che tutto venga annientato non dalle forze della natura, ma dall’uomo che di qui passa spensierato, veloce e distruttivo come un lapillo.

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(foto da “Il cucchiaio d’Argento”)