Dolcetto d’Alba 2009 Luciano Sandrone: l’umiltà, l’eleganza, l’amicizia

Nell’Eldorado del Barolo, Luciano Sandrone non è semplicemente un faro, ma una frontiera. Partiamo da questo assunto per transitare verso altri lidi che le capacità di Sandrone possono offrirci, come ad esempio il suo Dolcetto. Qui il tema si fa delicato, non vorrei apparire querimonioso, un salvatore della patria autoctona, un compassionevole soccorritore dell‘“uvaggio in difficoltà”: io bevo con sentimento e mi appassiono se bevo del sentimento e qui c’è.

La situazione è ideale: l’oste è burbero, laconico, poco sorridente. Dopo aver consumato con uno dei miei migliori amici due buoni spumanti, chiedo il Dolcetto di Sandrone. Gli occhi del gestore brillano. Non credo sia per il nostro conto che sale, relativamente poi, ma perché l’abbiamo toccato, lui, l’oste. Subito ci consiglia di degustarlo “freschino” per assaporarlo al meglio e non fraintenderlo, lui, il vino.
Ha ragione. Arriva in un raffredda vino con pochissimo ghiaccio ed è subito un baluginare di colori purpurei con riflessi violacei nei nostri occhi. La violetta e l’iris sono predominanti, poi arriva una leggera ciliegia e i frutti di bosco li senti perché li hai sotto i piedi; per la sua morbidezza mista a pizzicori piccanti sembra appunto di camminare scalzo in un bosco autunnale: a volte calpesti foglie morbide, altre sassolini aguzzi. Finisce con un filo di mandorla e forse liquirizia. E’ persistente senza essere cerimonioso.

Nel momento in cui io e il mio amico rischiamo d’annegare in varie dolcezze di ricordi, arriva l’oste scontroso a soccorrerci, ci toglie la bottiglia dal raffredda vino, la tocca fino ad abbracciarla e la mette sul tavolo asciugandola “non vorrei che vi si raffreddi troppo”.
Ecco che il Dolcetto si rivela un amico profondo, secondo l’Etica Nicomachea di Platone, aiuta a conoscere i limiti, ti corregge, correggendolo, suggerisce innanzitutto, attraverso la sua consistenza serica che la finezza e l’eleganza possono nascere anche dall’umiltà, che la delicatezza non significa fragilità.

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