Barolo Paolo Manzone Meriame 2008 e 2001: il paradosso dei gemelli

ImmagineSarà che sono reduce da una visione 3D di Gravity, film esistenzialmente banale, ma che acquista senso in un’esperienza tridimensionale, sarà che non sapevo dare altra spiegazione a quello che ho provato, ma la verticalina del Barolo Paolo Manzone Meriame 2008-2001 non ho saputo interpretarla altrimenti se non come una conferma del Paradosso dei Gemelli.
Iniziamo con il 2008, già austero, quasi severo: un rubino con forti accenni granati, una viola corposa, una ciliegia acerba, un chiodo di garofano secco, un po’ di ginepro avvolgente, il finale terroso e detonante che non accenna a diminuire, ma ecco il Paradosso dei Gemelli, il 2001 si discosta solo perché più etereo, setoso nonostante la tannicità, d’astringenza ancora sorprendente e vivissima, lontana anni luce dall’esaurirsi, tabacco e mentolo che la spuntano sul finale e un cuoio che batte la suola, ma di là da venire.
Il Paradosso dei gemelli è presto enunciato: il 2001 sembra più giovane del 2008, quasi che il primo avesse percorso un viaggi spaziale a distanza di 8 anni luce verso la stella Wolf 359 e fosse tornato sulla terra dal suo gemello 2008 a salutarlo più giovane di 7 anni (ok, nel Paradosso dei Gemelli di Dingle erano 8).
Sappiamo che il Paradosso dei Gemelli fu confutato apertamente da Einstein, ma con tutto il rispetto che ho per il genio scarmigliato, non mi risulta che lui abbia avuto la fortuna di affrontare la fisica del Barolo.

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Amarone della Valpolicella Bertani 1997: l’appuntamento (dove, come, quando).

Il film è L’appuntamento (dove, come, quando) con un “cast d’eccezione” formato da Barbara Bouchet (troppo vestita) e Renzo Montagnani, assoluto protagonista nei panni di Adelmo, un impiegato fiorentino.
L’appuntamento è tra Adelmo e Adelaide, la più avvenente collega del suo ufficio, ma per raggiungere il suo obiettivo, Adelmo deve superare una commedia degli equivoci tipica dei B-movies italiani in una versione particolarmente sobria. Alla fine Adelmo dopo aver lottato contro il traffico, un vigile, una colite, i tentativi di seduzione di una turista straniera…è destinato ad andare in bianco!
Io l’avevo suggerito a Gio: non apriamolo questo Amarone, meglio dimenticarlo in cantina o venderlo e prenderne uno più giovane, sempre Bertani. È vero, è una delle annate migliori degli ultimi 40 anni, ma non l’hai visto nascere e rischi di vederlo morto. Per ben due volte sono riuscito a farlo desistere dall’aprirlo, ma alla terza, con la scusante di una pasta al tartufo morbido del Lungadige, mi chiama e mi dice che la bottiglia occhieggia già sul suo tavolo di marmo.
Allora affrontiamo questo capolavoro con l’indefessa volontà di Adelmo che vuole arrivare alla sua Adelaide. Il primo incidente è un colore particolarmente mattonato, troppo ambrato e troppo poco bronzeo,  ma comunque entra nel bicchiere ancora bello morbido e gliceniroso. Proseguiamo e troppo presto scopriamo che il pericolo maggiore è dietro l’angolo: al naso sale un’ombra di tricloroanisolo, la temibile brutta collega di Adelaide, l’Armillaria Mellea ha tramato dietro le
quinte del tappo! Orrore! Si teme di dover buttare tutto e già si pensa al muletto della serata e invece c’è una svolta: il sentore di tappo scompare al palato e si scopre che si è intervenuti appena in tempo, vale a dire che rischiavamo di perderlo per sempre.
Esce l’asciuttezza vibrante e inconfondibile del Bertani, quella riservatezza espressiva pronta a stupirti al secondo sorso: una sottile china, una nota di liquirizia, la porosità della buccia d’arancia, il caffè con tabacco. Se i tannini sono stati purtroppo depotenziati, la sensazione iperossidativa restituisce un retrogusto dominato da uvetta sultanina ancora croccante perché progressiva che sfiora sentori balsamici e che ha assimilato ogni pericolo di eccesso zuccherino in una delicata tostatura.
Grazie Gio: sprecare talvolta vuol dire salvare.Immagine

Lieben Aich Manincor 2009, introversione geniale

foto (1)Je te veux, Sarabandes, Gymnopédies sono una giostra che chiama e che vuole solo te. Forse sgangherata, forse antiquata, ma tenera, autentica, altera senza essere pedante, dolce senza ruffianerie. In questo morbido, dorato, caldo e vivacemente trattenuto Sauvignon, l’anidride carbonica partecipa alle proiezioni dei raggi luminosi e attraverso esse vedo la giostra roteare. Nei pezzi per pianoforte di Satie le frasi sono corte, insistenti in 4/4, un rock nella musica classica che varia grazie a improvvise rotture di schemi, non intenzionali, non esibite.
E’ un sauvignon sudtirolese, ma – straordinariamente! – non allineato agli standard sudtirolesi che sono medio-alti, ma pur sempre standard. Una voce fuori dal coro, una melodia esotica di frutto della passione e papaya non chiassosa, sviluppata su vibrazioni amplificate dall’abnegazione minerale più che dalla perentorietà fruttata. Il retrogusto sapido è uno scorno alle convenzioni, né vagamente carsico, né sudtirolese, quasi amarognolo, franco ed erbaceo forse a significare che la capacità visionaria come quella racemifera è frutto dell’immaginazione, stimolata dalla ricchezza della sottrazione piuttosto che dall’amplificazione degli stimoli.
Satie nel Lieben Aich ci insegna che il sentimento è profondo quando è privo di sentimentalismo che l’introversione in un genio può rivelarsi infinita anche solo con pochi schemi.

Kante Sauvignon 2003, un fantasma ammaliante

IMG_3102Nella sua ultima personale intitolata How to find a Ghost, la pittrice Jenny Morgan ci suggerisce modi di trovare i fantasmi in noi: i suoi ritratti sono volti evanescenti, ma non trasfigurati, una delicatezza complessa, fatta di sovrapposizioni in finezza che tenta di sfociare nel metafisico. In questo vegliardo sauvignon di Kante ho ritrovato la stessa tessitura fine in superficie che poggia però su una trama elegante e complessa. C’è il nerbo di un vitigno importante: un corpo possente di frutto maturo come la banana e il frutto della passione; c’è la pietra carsica che prospera vigorosa e che permette di amplificare le sensazioni olfattive e soprattutto degustative: la selce che sostiene la parte vegetale di foglia di pomodoro, peperone, menta piperita e una componente floreale di rosa in recessione. Tutto è stato però trasformato, come nelle tele di Morgan, diluito, sfumato con pennellate d’acqua (di mare?) leggere, ma decise che hanno reso la parte fruttata più dolce, meno pungente, molto morbida, quasi passita. Gli aromi terziari emergono con forza, la vaniglia è quasi scomparsa in una crema al limone e sambuco intensa, ampia, voluminosa. Con questa esperienza comincio a credere che in realtà i fantasmi sono reali e quotidiani in quanto sono i corpi delle nostre emozioni, soprattutto quando passano e quando consciamente o inconsciamente le rivogliamo vedere. Pertanto un fantasma di sauvignon, in quanto a corporeità emozionale non è certo un sauvignon fantasma!