Amarone della Valpolicella Bertani 1997: l’appuntamento (dove, come, quando).

Il film è L’appuntamento (dove, come, quando) con un “cast d’eccezione” formato da Barbara Bouchet (troppo vestita) e Renzo Montagnani, assoluto protagonista nei panni di Adelmo, un impiegato fiorentino.
L’appuntamento è tra Adelmo e Adelaide, la più avvenente collega del suo ufficio, ma per raggiungere il suo obiettivo, Adelmo deve superare una commedia degli equivoci tipica dei B-movies italiani in una versione particolarmente sobria. Alla fine Adelmo dopo aver lottato contro il traffico, un vigile, una colite, i tentativi di seduzione di una turista straniera…è destinato ad andare in bianco!
Io l’avevo suggerito a Gio: non apriamolo questo Amarone, meglio dimenticarlo in cantina o venderlo e prenderne uno più giovane, sempre Bertani. È vero, è una delle annate migliori degli ultimi 40 anni, ma non l’hai visto nascere e rischi di vederlo morto. Per ben due volte sono riuscito a farlo desistere dall’aprirlo, ma alla terza, con la scusante di una pasta al tartufo morbido del Lungadige, mi chiama e mi dice che la bottiglia occhieggia già sul suo tavolo di marmo.
Allora affrontiamo questo capolavoro con l’indefessa volontà di Adelmo che vuole arrivare alla sua Adelaide. Il primo incidente è un colore particolarmente mattonato, troppo ambrato e troppo poco bronzeo,  ma comunque entra nel bicchiere ancora bello morbido e gliceniroso. Proseguiamo e troppo presto scopriamo che il pericolo maggiore è dietro l’angolo: al naso sale un’ombra di tricloroanisolo, la temibile brutta collega di Adelaide, l’Armillaria Mellea ha tramato dietro le
quinte del tappo! Orrore! Si teme di dover buttare tutto e già si pensa al muletto della serata e invece c’è una svolta: il sentore di tappo scompare al palato e si scopre che si è intervenuti appena in tempo, vale a dire che rischiavamo di perderlo per sempre.
Esce l’asciuttezza vibrante e inconfondibile del Bertani, quella riservatezza espressiva pronta a stupirti al secondo sorso: una sottile china, una nota di liquirizia, la porosità della buccia d’arancia, il caffè con tabacco. Se i tannini sono stati purtroppo depotenziati, la sensazione iperossidativa restituisce un retrogusto dominato da uvetta sultanina ancora croccante perché progressiva che sfiora sentori balsamici e che ha assimilato ogni pericolo di eccesso zuccherino in una delicata tostatura.
Grazie Gio: sprecare talvolta vuol dire salvare.Immagine

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