Mariangela Gualtieri, Il mosto per vie segrete, in Bestia di gioia

Il mosto per vie segrete
precipita dall’incantesimo
delle vinacce. Giace la sua massa
nel tino, sogna una tana enorme.
E’ bestia liquefatta che dorme
questo succo
e dormendo cuce l’aroma
tesse il reticolo del rubino
in una spuma rosa.

E’ vita spaventosa che lo regge
sul precipizio pericoloso.
Che sia perfetto il suo cammino
perfetto il sogno
che lo conduce
fino alla festa scarlatta
del vino.

Mariangela Gualtieri, Bestia di gioia.

Gabriela Fantato, Risate nella notte, Northern Geography.

la tavola sopra lascia
che il vino leghi labbra alle parole
e amici spalla a spalla
ma sotto, proprio là tra il buio
si aprono promesse
tra pelle e gambe e ossa conficcate
che il passo asciutto
conosce nelle scarpe quel limite
bordo che intero unisce
bene e male: al centro
dove il silenzio inventa la paura
dove scordo le frane della vita

e intanto le risate della notte
si sfanno a una a una senza amore.

Risate nella notte, Northern Geography, Gabriela Fantato.

龙胜 2011 – Long Sheng 2011 Beijing Dragon Seal

Nei prossimi 10 anni il mondo cambierà e quello del vino…moltissimo. Assisteremo a mutamenti radicali come probabilmente non se ne sono visti negli ultimi trent’anni. La globalizzazione tecnologica, già in atto, toccherà radicalmente anche il mondo enologico…forse. Solo alcune riflessioni che sono scaturite dopo aver provato questo Long Sheng, il “Drago Maestoso” o “Drago Vincitore”.

Non è facile scrivere di un vino che non si conosce assolutamente – non mi è difficile ammetterlo, dato che l’etichetta stessa non vuole certo presentarlo secondo i canoni occidentali – del resto, perché dovrebbe, essendo cinese? La signora cinese che me l’ha regalato mi ha detto “questo è vino cinese” e quando le ho chiesto maggiori informazioni, sull’uvaggio per esempio, mi ha risposto “è vino cinese, noi beviamo questo, è vino rosso”.

La Beijing Dragon Seal dovrebbe essere una joint venture sino-france e il Long Sheng è probabilmente un cabernet, molto, moltissimo conciato. Ha un colore ematico tendente al mattonato nonostante sia del 2011. Il profumo è debolmente erbaceo e più marcatamente fangoso. Al primo assaggio rivela subito una strana marsalatura, poi una punta di cioccolato per lasciare un retrogusto quasi di torbatura caramellata. Il mio è solo un tentativo di “entrare” in questo bicchiere che presenta sfaccettature in disordine e per niente armonizzate, per una bevanda che proviene letteralmente da un altro mondo, ma che va presa con rispetto e osservata specialmente. C’è qualcosa di arcano in questa distanza, direi alcunché di sortìlego, come se potesse essere il vino segreto degli Oompa-Loompa de La Fabbrica di Cioccolato che cambia sapore in anticipo, ligio al dovere di non confermarti nulla perché tutto è in divenire, soprattutto nel mondo interconnesso.

Non andate oltre al secondo bicchiere, la solforosa sembra non mancare e non essere un grosso problema, per ora, in Cina.

Moscato Valcalepio Passito Rubente Valcalepio Rosso 1989, La Cornasella

Il Moscato di Scanzo è resistenza: strenua lotta di difesa di un territorio invaso ogni giorno da fattori ambientali di erosione; meriterebbe un premio alla perseveranza già solo per la sua esistenza, ma la vite si sa, quando meno te lo aspetti, vivifica bene e meglio di altre piante perché ama soffrire e forse si ammala proprio quando la si vizia.

Ho tra le labbra e nel palato questo prodigio della viticoltura bergamasca che risale al tempo in cui non era stata elaborata la certificazione del Valcalepio Moscato Passito separata da quello di Moscato di ScanzoSono bacche rosse che non tollerano il legno e quindi presentano un’eccezionale freschezza, disposta tuttavia a invecchiare senza superare la prova dell’esperienza lignea. Sebbene questa bottiglia abbia perso un po’ di corpo, ha mantenuto intatti i profumi di frutti di bosco stramaturi, di salvia e incenso, di rosa canina ed è capace di lasciare un retrogusto leggermente goudronato e caffeinico che è una folata di vento rinfrescante dopo averne assaporato la dolcezza.

La bacca rossa passita è quella che preferisco perché mantiene un nobile grado di acidità che, se sfruttata al meglio, dona ai passiti aromi impensati, ricordi di fanciullezza che maturano al meglio, come quelli di una compagnia che si ritrova in un pool party a 40 anni o poco meno, trasformando i colli bergamaschi e le sue pietre di luna in una Ibiza moderata e per tutti. Quanto lo apprezzerebbe questo vino Meneghello, bevuto in compagnia, pensando magari proprio alla Compagnia elogiata in Libera Nos a Malo con queste parole che sembrano gocce di dolce memoria (e di moscato?) “Negli anni dell’adolescenza e della gioventù la Compagnia è l’istituzione più importante di tutte, l’unica che sembra dar senso alla vita. Stare insieme con gli amici è il più grande piacere, davanti al quale tutto il resto impallidisce. ‘Il tempo che si trascorreva lontano dagli amici pareva sempre tempo  perduto’, dice mio fratello.” 

Vicente Huidobro, Poemas Árticos

VERMOUTH
Bebo en un café
Al fondo de las horas olvidadas M
O
N
Vasos de vino ardiente T
y estrellas fermentadas M
A
TODAS LAS VENDIMIAS R
DE LAS HORAS PASADAS T
R
Una angustia de amor cierra los ojos E
Y pesa sobre los sueños este ramo

Llevo los siglos entreabiertos en mis hombros
Llevo todos los siglos y no caigo

Bebedores de vinos rojos
y de cielo gastados
Algo se esconde al fondo de los vasos

Bebedores de mares y de vidas
Yo os doy mi sangre en hostias lìricas

Vicente Huidobro, Poemas Árticos

Cairanne, Domaine Richaud 2011

Il Cairanne è giovinezza concentrata, vibrante, in evoluzione. Come giudicare un vino se non come “giovane”, quando, pur nella sua dolce carnalità è sensibile alle temperature e ti bolle in bocca forte dei suoi 15,5%?

E’ porporato con riflessi violacei; è amarena e ciliegia allo stato semisolido, speziato con un poco di pepe verde (il piccolo contributo di Syrah si sente comunque). I tannini sono soffocati dagli zuccheri e dalla corposità; il retrogusto è caldo, netto, non disturbato da facili legni, un vibrato che non sembra nemmeno aver visto la botte, ma che in realtà, almeno per il 30%, dichiaratamente, l’ha vista.

Vanno scovati qui i maestri vignaioli francesi che vogliono deviare dai blend internazionali e non seguono ricette consolidate. Marcel Richaud, paladino del biodinamico per l’AOC Côtes-du-Rhône è un virtuoso sprecone che mette insieme questa cuvée non filtrata di Grenache (maggioranza), Mourvèdre, Syrah, Carignan, Counoise. 

Due sorsi è siamo travolti dalla piena e irruente morbidezza di un’ideale gioventù idealista, come quella descritta dal Papini nel suo Uomo Finito  al capitolo dedicato al Ribollimento dell’uomo di vent’anni, “l’età rodomontica della vita, in cui si ha il vizio virile di prender tutti i tori per le corna; in cui si cammina col passo agile e ben battuto dei poliorceti, col cappello sulle ventitré e un randello di ciliegio nella mano nervosa. Ogni nastro ci sembra una bandiera; ogni brontolio lontano il fremito gigantesco di una battaglia; e ogni acquazzone il principio del secondo diluvio universale”.

Qui lo sprecare torna al suo etimo originale di “dispersione”, in particolare alla dispersione di vigore e piacevole ribalderia.

Albino Armani Foja Tonda 2008

Spesso chiamiamo storia quello che non ci pare appartenere al presente. Non mi interessa più di tanto credere che questa sia un vitigno “recuperato” o preservato; quello che mi colpisce è la nuova sensazione o farei meglio a definirla vibrazione. È un vino vivo e se la storia può essere viva, come spesso lo è, ammiriamo un vino storico che vive in un presente parallelo.

Un porpora più che rubino, movimentato più che impenetrabile. Ha un carattere acido, ma allo stesso tempo vinoso, una punta di viola selvatica, una scossa di genziana primaverile per arrivare a un retrogusto leggermente micotico di mazza di tamburo. Non so come possa resistere al tempo un vino – forse apparentemente – così fragile o tanto delicato, ma probabilmente sta qui la sua magia: la storia punta ad essere apprendistato del presente.

E’ antiruffiano, nervoso, con aromi terziari in ascendenza; mi va di annoverarlo al ramo genealogico dei Cabernet, per stavolta non mi importa la filologia.

C’è chi parla di rusticità, ma la chiave interpretativa non mi convince: non siamo di fronte a un vino da Albero degli zoccoli, perché Foja Tonda è “allegoria” ovvero favola per adulti come un Sansovino che scopre il Laocoonte e ne ricava una rinnovata vigorosità che sentiamo tutta al palato.

Brillant-Savarin, Physiologie du goût

Me poursuivons plus la gloire;
Elle vend cher ses faveurs;
Tâchons d’oublier l’histoire:
C’est un tissu de malheurs.
Mais appliquons-nous à boire Ce vin qu’aimaient nos aïeux.
Qu’il est bon, quand il est vieux! (bis.)”
Vaudeville de Figaro

Brillant-Savarin, Physiologie du goût

Harlequin 2007, Zýmē

Non c’è la storia primordiale e atavica delle metamorfosi, infinite successioni che dai primordi hanno portato al presente; è più una contemporaneità di mondi possibili e vivibili, assaporabili in tutta la loro ambiguità, assunti in forme diverse e, dispiace dirlo, non in evoluzione, ma in parallelo.

C’è una tensione irrisolta, una complessità con residuo ambiguo, non un racconto a cornice, ma una parete di schermi a frame multipli. È un mondo rutilante, frammentato, caleidoscopico, allo stesso tempo denso e sfuggente. È cyberpunk, più ibridamente tecnologico che non narrativamente cosmologico (pensare a Ubik più che alle metamorfosi ovidiane). Piani paralleli dell’uvaggio mutano ad ogni movimento del liquido: porpora quando versato, rubino nell’ondeggiamento, granato in controluce su sfondo bianco.

In bocca il gusto è cubista: ci sono tanti frutti rossi addolciti, la dolcezza della mora innanzitutto, ciliegie marascate, per passare alla tostatura del caffè, all’anestetico della liquirizia, ma sopraggiungono anche le spezie, una punta d’origano, timo, menta e una delicata vaniglia. La densità è cremosa e sontuosa, ma non soffocante, il retrogusto quasi sericamente tannico, ma come poter descrivere una cuveée  che dichiara di essere composta da 22 vitigni? Lo spettatore siede in poltrona e si gode gli effetti speciali.

Ideale per una cena molecolare, un simulacro che stupisce con tante emozioni e pochi sentimenti.

Barolo Terredavino Paesi Tuoi 2004 DOCG

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Bere un “Paesi Tuoi” è come tornare a casa nel paese di campagna dove si è cresciuti e incontrare le persone che si conoscono e sono sempre lì e sembra che ti stiano aspettando da sempre. Significa spegnere per un attimo il cervello e inserire il pilota automatico perché questo barolo schietto, essenziale, per nulla ruffiano, ti parla di sentimenti antichi come l’amicizia e la lealtà e colpisce dritto al cuore. Il nebbiolo in purezza attorciglia la lingua e non lascia grande spazio alla fantasia. In bocca non si sentono ciliegie né frutta matura, ma un secco sapido come gli ossi di seppia di Montale: scabri ed essenziali. 

Il profumo è di spezie e fiori appassiti, quelli che teneva la nonna nei suoi cofanetti di alabastro. E’ un barolo ortodosso che segue in modo maniacale le regole di purezza tramandate da generazioni. Due anni di passaggio in grandi botti di rovere regalano una filigrana di legno appena accennata che non disturba, anzi esalta la purezza e la rende parte di un progetto più grande di redenzione. Un vino complementare a carni generose e formaggi grassi, a serate con amici veri, magari in doppietta con il Barbaresco DOCG “La casa in collina”, sempre della stessa azienda, che può aiutare a rompere il ghiaccio se non ci si vede da tanto tempo, si hanno molte cose da dire, ma non si sa da dove cominciare. Ottimo anche da meditazione sulle cure e i casi della vita, quando l’ora si fa tarda e ci si ricorda di amici che abbiamo amato, ma non ci sono più perché per un destino ingiusto e malvagio sono stati costretti a lasciare l’osteria prima del tempo. E’ anche per loro che vale la pena stapparlo questo vino, perché i “Paesi Tuoi” non sono un luogo fisico ma piuttosto una regione autonoma dell’anima, un’enclave dove scegliamo di far entrare solo chi ci piace o ci è piaciuto. Perché dopo il primo bicchiere si è subito portati a parlare una lingua chiara, univoca, anche con chi, nella migliore delle ipotesi, ci aspetta da qualche parte in paesi di cui non ci è dato di conoscere la grandezza né tantomeno la posizione.

Mauro Meggiolaro